Questo spettacolo è un braccio nel tombino a cercare una chiave perduta, alla faccia di quelli che sono felici di stare alla superficie e camminare sul marciapiede. Ma c’è molto di buono. È popolare, è un teatro antipsicologico, ai limiti del Varietà. È piuttosto uno spettacolo per cambiare luogo, per andare da un pubblico nuovo, per contribuire a costruire o rafforzare un’identità, conservando entusiasmo e ritrovato orgoglio. E la modernità, addò sta? Nelle pieghe di questi tentativi, nelle scene di Geppino Cilento, nei costumi di Annamaria Morelli, nel talento degli attori. Che cosa abbiamo scoperto? Che Pulcinella, pur nelle trasformazioni che ha subito nei secoli, negli autori e negli interpreti, è sempre il figlio della Malora Nera, viene dagli inferi, non è consolante ma inquietante, così come inquietante è l’accenno alla possibile gravidanza. Che i suoi sogni sono agitati, che Pulcinella sta tra la plebe (Totonno e Teresa) e la piccola borghesia (Feliciello e lo zio Paolo). Il passaggio dall’Inferno al Paradiso è raccontato da Felice ma in realtà appartiene a Pulcinella. Dalla maschera primitiva a una comodità piccolo borghese, dal mito alla storia, dalla magia alla realtà. Ma nemmeno Petito riesce a costringerlo nella sua nuova dimensione: rimane al di qua delle classi. È l’unico di noi che può permetterselo







