Amministrativamente parlando, Gairo Taquisara è la frazione montana di Gairo Sant’Elena. È situata sul ridente pianoro, costituito dal fondo della valle, su cui seguendo la direzione del mare scorre l’omonimo fiume, ed attualmente conta circa 200 abitanti (450 nei primi anni ’70), innamorati del loro borgo incantato a 780 metri sopra il livello del mare e protetto dalle irte falesie calcaree poste a nord e a sud. Fu costruito a partire dal 1928, nella località denominata Genn’e Ua, sottostante il Taccu Isàra (da cui Taquisara).
I primi abitanti si insediarono in prospicenza della stazione ferroviaria complementare della Sardegna, che con il suo scartamento ridotto, partiva da Cagliari ed arrivava ad Arbatax, inerpicandosi inevitabilmente tra le gole e le montagne dell’Ogliastra e della Barbagia. Quando, a fine Ottocento, fu costruita la stazione, questa venne denominata “Gairo Taquisara”, con riferimento al vicino toponimo di Osini, che fu poi modificato così come lo conosciamo oggi. Forse la denominazione originaria del luogo (Genn’e Ua) non suonava bene agli ingegneri ed ai dirigenti delle ferrovie. Tuttavia, la nascente frazione, nel primo decennio dalla costruzione, venne denominata “Gairo Littorio” in omaggio al duce. La Stazione veniva anche chiamata “Gairo Scalo”, perché fungeva da capolinea per la diramazione in direzione Jerzu (oggi dismessa ed ospitante la “Stazione dell’Arte”, in cui sono esposte le opere di Maria Lai). Fu in quegli anni che vennero costruiti 55 alloggi per le famiglie, che nel novembre del 1927 furono travolte dall’alluvione. Il quartiere “Gerruttu” di Gairo S.Elena fu danneggiato irreversibilmente. La preesistente presenza di importanti strutture per la produzione di mattoni, tegole e calce viva, ma anche ghiaia e pietrame che con treni appositi vi potevano velocemente giungere, convinsero le autorità delegate a sceglierla per la costruzione di nuove case che ospitassero gli evacuati.
La stazione fu attivissima sino a tutto il dopoguerra. Infatti, furono significative le quantità di minerali, carbone e traversine che, dai territori circostanti, vi vennero portati con carri a buoi e muli, al porto di Arbatax. La fine del fascismo e l’abbandono di ogni suo ricordo, portò al ripristino del nome originario di Gairo Taquisara.