L’immagine di partenza è quella di un tronco cavo, fermo, attraversato dal flusso delle parole.
Quel tronco siamo noi. Un pezzo di natura attraversato dal vento.
La concentrazione dell’interprete è palpabile, un pavimento tranquillamente solido.
Il suo respiro è profondo, lo sguardo presente.
Una fisicità sostanziale, che coinvolge tutto il corpo anche da fermi, sosterrà il discorso facendo parlare il testo fino alle più sottili sfumature.
I mezzi dell’attore sembrano scomparsi, la tecnica si è fatta trasparente: ogni cosa può finalmente essere soltanto ciò che è.
Il risultato è qualcosa di paradossale: una naturalezza ottenuta attraverso un lavoro di concentrazione e pulitura di tutte gli ostacoli che si mettevano tra noi e il testo.
Chi parla, adesso è vivo e presente, la sua lingua ha una naturalezza quieta, vicina a quella di una pianta o di un animale.
Una voce e un corpo nuovi per le stesse persone che stanno parlando prenderanno il posto della voce e del corpo quotidiani, ma senza spingere, lasciando spazio a qualcosa che in noi c’è già, addormentato e poco usato.